martedì 6 ottobre 2026

BOOKBACK! #1 – L'Abbazia di Northanger Tiriamolo giù dallo scaffale

 


Bentornati.

Oggi non ho portato una nuova lettura. Anzi, ho fatto esattamente il contrario: sono andata a rovistare nel passato.

Se fossimo davvero tutti seduti intorno a un tavolo, questo sarebbe il momento in cui mi alzerei, andrei verso la libreria e vi direi: «Aspettate, questo devo proprio farvelo vedere».

Ed è esattamente quello che ho fatto.

Ho tirato giù dallo scaffale L'Abbazia di Northanger.

E con lei inauguriamo una cosa nuova da queste parti: BOOKBACK! – Tiriamolo giù dallo scaffale.

Ci sono libri che abbiamo letto il mese scorso e di cui ricordiamo a malapena la trama. E poi ce ne sono altri letti quindici, vent'anni fa che, per qualche strano motivo, sono ancora lì.

Magari non ricordiamo più tutto. Qualche personaggio è scomparso, alcuni dettagli si sono confusi e probabilmente, se li rileggessimo oggi, avremmo anche qualcosa da ridire sui lettori che eravamo allora.

Ma hanno fatto parte della nostra storia.

È da questa idea che nasce BOOKBACK!

Non rileggerò necessariamente questi libri. Non vi dirò che oggi ne penso esattamente quello che ne pensavo allora, perché sarebbe poco sincero.

Farò una cosa diversa: tornerò indietro nel mio passato di lettrice e recupererò libri di cui ho scritto anni fa, quando li avevo appena chiusi e le impressioni erano ancora fresche.

E per il primo BOOKBACK! sono tornata a L'Abbazia di Northanger di Jane Austen.

All'epoca avevo già letto quasi tutti i romanzi di Jane Austen e questo mi aveva colpita soprattutto per un aspetto: l'ironia.

Catherine Morland è una ragazza ingenua, appassionatissima di romanzi gotici e dotata di una fantasia che tende decisamente a prendere il sopravvento sulla realtà.

Quando arriva a Bath e successivamente a Northanger Abbey, Catherine fa quello che probabilmente farebbe qualunque lettrice cresciuta a pane, castelli inquietanti e misteri: comincia a guardarsi intorno aspettandosi che succeda qualcosa.

Possibilmente qualcosa di terribile.

E Jane Austen si diverte moltissimo alle sue spalle.

Cosa ne pensavo allora?

Rileggendo oggi la mia vecchia recensione del 2010, una cosa è chiarissima: mi ero divertita.

Definivo questa Austen particolarmente «frizzante e molto molto ironica» e mi piaceva soprattutto il modo in cui prendeva in giro i romanzi sentimentali e gotici dell'epoca attraverso la fantasia sfrenata di Catherine.

Ricordavo con piacere anche i personaggi secondari. O meglio, alcuni li ricordavo con piacere e altri li trovavo decisamente insopportabili.

Isabella e John Thorpe appartenevano alla seconda categoria.

Evidentemente certe antipatie letterarie resistono bene al tempo.

Ma ciò che mi aveva colpita più di tutto era proprio il gioco di Austen con i libri e con noi lettori: Catherine legge talmente tanto da aspettarsi che la vita si comporti come un romanzo.

E naturalmente la vita non collabora.

Alla fine della recensione scrivevo che L'Abbazia di Northanger mostrava tutta l'ironia e la brillante intelligenza di Jane Austen e concludevo dicendo di averlo gradito molto.

E oggi?

Qui arriva la parte importante.

Non ho riletto L'Abbazia di Northanger.

E non ho intenzione di fingere di ricordarne ogni dettaglio o di dirvi che, sedici anni dopo, gli darei esattamente lo stesso giudizio.

Magari sì. Magari no.

Ed è proprio questo il senso di BOOKBACK!.

Non tornare necessariamente a leggere. Tornare a ricordare.

Ogni tanto, sommersi dalle nuove uscite, dai libri del momento, dai titoli che diventano virali e da pile di letture che sembrano non finire mai, possiamo anche voltarci indietro. Perché prima dei libri che stiamo leggendo oggi ce ne sono stati centinaia di altri.

Alcuni li abbiamo dimenticati. Altri ci hanno accompagnato per un pezzo. E qualcuno merita semplicemente di essere tirato nuovamente giù dallo scaffale. Non per dirvi «dovete leggerlo», ma per ricordarvi che questo libro esiste e raccontarvi cosa ne pensava una lettrice nel 2010 che, senza saperlo, avrebbe continuato a parlare di libri anche sedici anni dopo.

E adesso tocca a voi.

Avete letto L'Abbazia di Northanger?

E soprattutto: qual è un libro letto tantissimi anni fa che ricordate ancora con affetto?

Raccontatemi nei commenti.

La prossima volta che ci ritroveremo qui potremmo partire proprio da uno dei vostri suggerimenti.

E chissà: potrebbe essere il prossimo libro che tireremo giù dallo scaffale.

sabato 3 ottobre 2026

Cozy mystery: delitti, misteri e atmosfere in cui vorremmo vivere

 


Un omicidio, un'indagine e magari anche un assassino da smascherare. Fin qui sembrerebbe il più classico dei gialli.

Poi, però, aggiungiamo una piccola locanda, una biblioteca piena di libri, un paesino in cui tutti conoscono tutti, una tazza di tè, qualche personaggio un po' eccentrico e, perché no, persino dei gatti.

Benvenuti nel mondo dei cozy mystery.

Ma cos'è esattamente un cozy mystery?

Il cozy mystery è un particolare tipo di giallo nel quale il mistero rimane centrale — spesso c'è anche un omicidio — ma vengono messi da parte gli aspetti più crudi e violenti del genere.

Niente descrizioni particolarmente splatter, atmosfere opprimenti o investigatori tormentati che inseguono serial killer altrettanto tormentati.

Qui il delitto convive con qualcosa di apparentemente incompatibile: un'atmosfera rassicurante.

E forse è proprio questo contrasto a rendere il genere così particolare.

Il protagonista, inoltre, molto spesso non è un poliziotto o un detective professionista. Può essere un bibliotecario, la proprietaria di una locanda, una libraia, una pensionata particolarmente curiosa o semplicemente qualcuno che si ritrova nel posto sbagliato al momento giusto.

O sbagliato, dipende dai punti di vista.

Il mistero c'è davvero

Attenzione, però: "cozy" non significa che non succeda niente.

C'è un caso da risolvere, ci sono indizi, sospettati, segreti e false piste. La differenza sta soprattutto nel modo in cui il crimine viene raccontato.

Il lettore deve chiedersi chi sia stato, non avere paura di girare la pagina.

E intorno all'indagine assume grande importanza tutto il piccolo mondo nel quale la storia è ambientata: i luoghi, le abitudini, i personaggi ricorrenti e le loro relazioni.

È un giallo che, oltre a proporci un mistero, cerca in qualche modo di farci sentire a casa.

Anche se, tecnicamente, in quella casa è appena stato commesso un omicidio.

Non esiste un solo tipo di cozy mystery

Ed è proprio questo l'aspetto che mi incuriosisce di più.

Ultimamente ho scelto tre libri che


appartengono tutti al mondo cozy mystery, ma che lo interpretano in maniera differente.

Le indagini dei piccoli gatti neri di Kit Grey si avvicina al witchy cozy mystery: al mistero si aggiungono magia ed elementi soprannaturali, oltre naturalmente ai piccoli felini annunciati dal titolo. È l'incontro fra il giallo cozy e quell'immaginario fatto di streghe, incantesimi e atmosfere magiche che negli ultimi anni è diventato sempre più popolare.

Il silenzio della biblioteca di Miranda James, invece, rappresenta perfettamente quello che definirei un bookish cozy mystery.

Libri, biblioteca, una piccola comunità, un investigatore dilettante e Diesel, un enorme Maine Coon. Per chi ama leggere libri che parlano anche di libri, è difficile trovare un'ambientazione più invitante.

Infine ho scelto Mistero alla piccola locanda dei narcisi di R.L. Killmore, che ci porta verso lo small-town cozy mystery: una piccola comunità, una locanda, personaggi che finiscono inevitabilmente per incrociare le proprie vite e, naturalmente, un mistero da risolvere.

Tre romanzi, quindi, e tre modi diversi di essere cozy:

witchy, bookish e small-town.

Perché improvvisamente vogliamo delitti… cozy?

Forse perché il cozy mystery offre una combinazione piuttosto curiosa.

Da una parte abbiamo il piacere del giallo: raccogliere gli indizi, sospettare di tutti, cambiare idea tre volte e cercare di arrivare alla soluzione prima del protagonista.

Dall'altra abbiamo un mondo nel quale è piacevole trascorrere qualche ora.

Una biblioteca, una locanda, un cottage, una pasticceria, un piccolo paese.

Il crimine crea il mistero.

L'ambientazione crea il comfort.

Ed è probabilmente proprio l'unione di queste due cose apparentemente opposte a spiegare perché il genere stia conquistando così tanti lettori.

Io, intanto, ho deciso di fare un piccolo esperimento.

Tre cozy mystery, tre atmosfere completamente diverse.

Vediamo quale delle tre riuscirà a conquistarmi di più.

E voi?

Avete mai letto un cozy mystery? E soprattutto: preferireste indagare su un omicidio in una biblioteca, in una locanda o insieme a dei piccoli gatti neri?

giovedì 17 settembre 2026

MIAMI PURITY (Vicki Hendricks): quando il noir cambia punto di vista

 


Ci sono libri che colpiscono perché sembrano attualissimi ma, poi, andando a controllare la data di pubblicazione, rimaniamo sorpresi. 

Miami Purity di Vicki Hendricks è uno di questi: pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1995, è arrivato in Italia molti anni dopo, eppure per temi, linguaggio e soprattutto per il modo in cui costruisce il suo personaggio principale potrebbe tranquillamente sembrare un noir contemporaneo.


La protagonista è Sherri Parlay, trentasei anni, ex spogliarellista, con una vita sentimentale tutt’altro che tranquilla alle spalle e la volontà di ricominciare. Trova lavoro alla Miami Purity, una lavanderia a secco gestita da una donna insieme al figlio Payne.

Payne è giovane, affascinante e diventa ben presto l’oggetto del desiderio di Sherri. E da quel momento, naturalmente, le cose cominciano a complicarsi.


Prima ancora della storia, mi ha incuriosita Vicki Hendricks.

Miami Purity è il suo romanzo d’esordio e nasce anche dalla sua passione per il noir americano classico: Hendricks ha raccontato di essersi ispirata, nella struttura del romanzo, a "Il postino suona sempre due volte" di James M. Cain.

Ma qui il punto di vista cambia.

A raccontare non è un uomo sedotto dalla classica femme fatale. Al centro della storia c’è una donna. Ed è lei a desiderare, scegliere, sbagliare, agire, essere violenta, provare attrazione e raccontare la propria sessualità senza filtri.

In questo senso ho trovato l'autrice originale e, per l'epoca, decisamente all'avanguardia.


Sherri è probabilmente l'elemento che ricorderò maggiormente del romanzo.

Non è costruita per piacere al lettore. È impulsiva, contraddittoria, sessualmente vorace, a volte irritante e capace di comportamenti difficili da condividere. Ma è proprio questa mancanza di volontà di renderla più gradevole a farne un personaggio originale.

Anche lo stile segue questa impostazione: è diretto, asciutto, esplicito e senza troppi pudori. Il sesso viene raccontato apertamente, così come la violenza. E questo è bene saperlo prima di iniziarne la lettura, perché Miami Purity non è certamente per tutti i palati.


C'è però qualcosa che mi è mancato.

L'ambientazione.

Quando leggo un noir mi aspetto spesso che il luogo non faccia semplicemente da sfondo alla storia, ma che in qualche modo la racconti.

Le strade, i locali, il caldo, gli odori, i quartieri, persino la luce possono contribuire a creare quella sensazione di inquietudine e di decadenza che appartiene al genere. A volte la città finisce quasi per diventare un altro personaggio.

Qui, invece, non è successo.

E la cosa mi ha colpita ancora di più perché Miami compare addirittura nel titolo. Mi sarei aspettata di sentirla maggiormente: il caldo della Florida, la città, le sue contraddizioni, la sua atmosfera.

Invece qui rimane troppo spesso sullo sfondo.

È probabilmente la pecca maggiore che ho trovato nel romanzo.



Quindi, mi è piaciuto?

Non posso dire che Miami Purity mi abbia conquistata completamente.

Ma mi ha mostrato il noir da una prospettiva diversa.

E, anche quando un romanzo non riesce a conquistarci del tutto, farci guardare un genere che conosciamo da un punto di vista nuovo è già un buon motivo per ricordarlo.



mercoledì 26 agosto 2026

ROMANZO PER SIGNORA (Piersandro Pallavicini)

 


Ho iniziato a leggere questo romanzo grazie al passaparola all'interno del  condominio al mare.                    

Era il primo giorno di vacanza e una mia cara amica lo teneva in mano, la sorella glielo aveva lasciato in casa raccomandandole caldamente di leggerlo perché, a suo dire, ne valeva la pena.

Così mi sono tuffata anch'io dentro questa copertina raffigurante una piscina, sei sdraio a righe e un banner plane che sventola uno striscione con su scritto "Happiness".

Ma cosa è davvero la felicità? I soldi, la carriera, una famiglia tranquilla? Sono questo? 

Oppure, alla fine, alla resa dei conti, siamo tutti sulla stessa barca e quale che sia stata la nostra vita proveremo sempre e comunque lo stesso identico senso di frustrazione e tristezza?

Protagonista e voce narrante della storia è Cesare, ex direttore letterario di una nota casa editrice. Insieme a lui a Nizza, ci sono la moglie, e tre loro amici conosciuti al Rotary club.

Ciascuno di loro porta sulle spalle il peso di delusioni, malattia, lutti, dolori, amori e amicizie perdute e, ognuno in modo differente rispetto all'altro, affronterà quest'ultima parte della vita. 

Il romanzo sorprende il lettore in mille modi, lo fa riflettere, ridere, sorridere, piangere. La scrittura è sempre intrisa di amarezza, ma anche di ironia, sarcasmo e pura comicità.

Man mano che si procede con la lettura si viene messi a parte di nuove verità, di ricordi del passato che faranno sì che i tasselli, un po' alla volta, si sistemino al loro posto.

Però il finale è lasciato nelle mani del lettore. La domanda più importante, la più grande, ha e non ha una vera risposta e lascia spazio al sentimento di ciascuno di noi.

Per questo lo considero un romanzo da commentare insieme a qualcuno, non perché così facendo si potrà avere accesso alla verità assoluta, bensì per mettere a confronto gli animi e capire quali corde, questa storia, abbia toccato in ciascun lettore.

Di sicuro una romanzo che fa riflettere molto sul senso o non senso della vita.

Leggerò volentieri altro di questo autore

mercoledì 16 ottobre 2024

IL BALLO DELLE PAZZE - Victoria Mas

 


Nel momento in cui porto a termine una lettura, di solito, chiudo gli occhi e attendo che si materializzi una parola che possa descrivere e riassumere la sensazione immediata che quella storia, quella lettura, ha suscitato in me.
In questo caso, la parola che si è materializzata dietro le mie palpebre chiuse è stata "impotenza".
Libro scoperto assolutamente per caso, non conoscevo l'autrice, ma stavolta ritengo di essere giustificata dal fatto che si tratta del suo primo romanzo in quanto principalmente il suo lavoro si svolge nel mondo del cinema.
La storia si svolge alla fine del 1800, per l'esattezza ci troviamo catapultati in una Parigi del 1885 all'interno dell'ospedale psichiatrico Salpetrière, oggi rinomato centro ospedaliero universitario del XIII arrondisement. Edificio imponente, costruito nel 1600 e nato come fabbrica di polvere da sparo.
Negli anni in cui si snoda la nostra storia il dottor Jean Martin Charcot volle trasformare l'edificio in una clinica per malattie psichiatriche che richiamava studenti da tutta Europa e tra questi Sigmund Freud.
Così narrata, la storia della Salpetrière scorre quasi come una bella favola sulla scienza medica ed i suoi progressi. Questo se non si tenesse cono del fatto che, oggetto degli studi di Charcot e dei suoi seguaci erano quasi esclusivamente donne, di varia provenienza, che venivano usate come cave impotenti e spesso oggetto di pratiche a volte abominevoli e sconsiderate.


Spesso si trattava di donne segnate dal dolore, depresse, vittime di abusi, le quali venivano allontanate da una società per la quale la loro "malattia" costituiva solo un fastidioso peso.
Per cui, sovente, l'ospedale rappresentava un contenitore di donne sfortunate le quali, per i più disparati motivi dovevano essere cancellate dalla società "civile".

Il romanzo mostra uno spaccato di quotidianità all'interno della struttura rappresentando gli eventi dal punto di vista delle internate e raccontandoci le loro paure e i loro sogni, le loro emozioni e le frustrazioni.
Ma ad essere prese in considerazione sono pure quelle donne impiegate all'interno della Salpetrière: infermiere ed inservienti ad esempio.

Entrando nel dettaglio, lo scorcio che viene mostrato al lettore è il periodo della mezza Quaresima che vede le alienate molto prese dai preparativi per il Ballo di primavera (o di mezza Quaresima), noto a Parigi come Il ballo delle pazze (Le bal des Folles). Un'occasione per l'elite della società di soddisfare la propria curiosità morbosa nei riguardi delle recluse e, allo stesso tempo, la possibilità per queste ultime di trascorrere un periodo gioioso e sereno abitato da sogni e speranze.
In sostanza per Charcot una sorta di evento pubblicitario, un modo per mostrare al pubblico i risultati del proprio lavoro. Un evento, che oggi considereremmo di dubbio gusto, per ricevere consensi.

Protagoniste del romanzo sono quattro donne, molto diverse tra loro: Genevieve, capoinfermiera rigida, ma attenta alle esigenze delle pazienti, 
Eugenie, giovanissima donna dell'alta società che viene internata da un padre dispotico che vede in lei il seme del male ma che, in realtà, mal sopporta il suo anticonformismo.
Louise, giovane figlia del popolo vittima di abusi da parte dei familiari e che, però, sogna ancora l'amore.
Infine Therese, anziana prostitua, decana della Salpetrière  e punto di riferimento per tutte le ospiti dell'ospedale. 

Il romanzo si snoda in circa 180 pagine, privo di fronzoli e descrizioni particolareggiate, riesce comunque a creare nell'immaginario del lettore delle figure e dei volti e dei luoghi nitidi.
Scorrevole e mai veramente duro nella narrazione, è comunque in grado di suscitare rabbia e indignazione.

A mio parere un buon lavoro, breve, ma d'impatto. Fornisce un quadro chiaro della situazione usando anche un po' di immaginazione e un'espediente "esoterico" che intriga chi ama il genere.


Dal romanzo è stato tratto un film nel 2021 distribuito da Prime video. Film, in linea di massima , abbastanza federe al libro da cui è tratto

Voto libro Tre stelle e mezzo/ quattro