Eccoci di nuovo qui, nel nostro piccolo angolo dedicato ai libri!
Se è la prima volta che passate da queste parti, benvenuti. Qui si parla di letture senza troppi formalismi: di libri che ci conquistano, di quelli che ci lasciano perplessi e anche di quelli che, per qualche ragione, non riescono a convincerci.
Oggi sul tavolino c'è L'eremo dei folli di Agnese Messina. Una lettura sulla quale ho diverse cose da raccontarti.
Accomodatevi, cominciamo!
Ci sono libri che, una volta terminati, cambiano completamente il giudizio che ci eravamo costruiti durante la lettura. E poi ce ne sono altri che lo spostano appena, confermando più o meno le sensazioni iniziali.
Per me L’eremo dei folli appartiene alla seconda categoria.
Infatti, arrivata all’ultima pagina, molte delle perplessità che avevo all’inizio sono rimaste.
Parto da quello che funziona. Il romanzo è scritto bene, la storia è ben costruita e soprattutto nella seconda parte riesce a diventare più interessante. È una di quelle vicende che, durante la lettura, riuscivo facilmente a immaginare trasformata in un film o in una fiction televisiva.
Il mio problema principale è stato riuscire a entrare davvero in sintonia con June.
E non perché una protagonista debba necessariamente essere simpatica o compiere scelte che condividiamo. Anzi, spesso sono proprio le contraddizioni e le zone d’ombra a rendere interessante un personaggio. Nel caso di June, però, mi è mancato quello scavo che mi avrebbe permesso di comprenderla anche quando non la approvavo.
Alcune delle sue scelte mi hanno lasciata perplessa e ho trovato un po’ insistente il suo sentirsi spesso vittima di ciò che le accade intorno.
A questo si aggiungono alcune dinamiche, comportamenti e atteggiamenti che ho trovato poco rispettosi nei confronti di un altro personaggio femminile. E soprattutto non ho apprezzato il modo in cui June sembra talvolta assecondarli, se non addirittura compiacersene. Cosa che mi ha fatto provare ancora meno empatia nei suoi confronti e che ha inevitabilmente influenzato il mio giudizio su June.
Sul piano della storia, invece, il romanzo parte piuttosto lentamente. Nella prima parte succede relativamente poco e ho avuto la sensazione che tardasse a mostrare dove volesse realmente portarmi. Successivamente il ritmo aumenta, la vicenda acquista maggiore consistenza e la lettura diventa più coinvolgente.
Anche il finale funziona, pur senza sorprendermi particolarmente. Avevo intuito la direzione verso la quale ci stavamo muovendo e la soluzione non è arrivata per me come un vero colpo di scena.
E poi c’è Catania.
L’eremo dei folli viene presentato come un romanzo fortemente legato alla Sicilia e ambientato a Catania, e forse proprio per questo mi aspettavo che la città avesse un peso molto maggiore.
Invece Catania, per me, rimane quasi sempre sullo sfondo.
Ci sono i nomi dei luoghi, qualche espressione dialettale e alcuni elementi che ci ricordano dove siamo. Ma mi è mancata la sensazione di trovarmi davvero lì. La città non diventa mai un personaggio della storia, non ne determina l’atmosfera, non entra davvero dentro il romanzo. Con pochi cambiamenti, ho avuto la sensazione che gran parte della vicenda avrebbe potuto svolgersi in molte altre città, persino in America.
Ed è forse questa una delle occasioni che considero maggiormente sprecate, perché un’ambientazione come quella siciliana avrebbe potuto regalare alla storia un’identità molto più forte.
Alla fine, quindi, L’eremo dei folli rimane per me un romanzo scritto bene, con una storia piacevole e una seconda parte decisamente più riuscita della prima.
La sensazione che mi è rimasta è quella di una buona storia che avrebbe potuto avere molta più personalità.
Ma questa, naturalmente, è la mia lettura.
Io intanto ripongo in libreria L’eremo dei folli e inizio il prossimo libro.
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