martedì 27 ottobre 2026

L'intruso di Jason Rekulak: tra suggestioni e qualche perplessità


Ci sono romanzi che, già dalle prime pagine, sembrano promettere un'esperienza di lettura particolarmente inquietante. L'intruso di Jason Rekulak è stato, per me, uno di questi. Un gatto misterioso, una protagonista che comincia a vivere situazioni sempre più strane e un'atmosfera che, almeno inizialmente, lascia presagire qualcosa di decisamente sinistro.

Avevo apprezzato molto Teddy, il precedente romanzo dell'autore, e naturalmente ero curiosa di scoprire se Rekulak sarebbe riuscito a conquistarmi ancora una volta. Devo ammettere, però, che questa nuova lettura mi ha lasciata con più di una perplessità.

La trama, senza spoiler

Penny è una giovane fumettista che sta attraversando un periodo difficile, segnato anche dalla scomparsa della sua amata gatta Popcorn.

Quando Dean, il suo fidanzato, la accompagna a una festa esclusiva frequentata da persone molto facoltose, che lui le presenta come propri clienti, Penny si ritrova in un ambiente piuttosto insolito. È proprio durante quella serata che fa la conoscenza di un gatto decisamente particolare, Godfrey.

Quello che inizialmente potrebbe sembrare un incontro curioso diventa presto il punto di partenza di una serie di avvenimenti sempre più inquietanti, destinati a sconvolgere la quotidianità di Penny e a insinuare dubbi sulla natura di ciò che le sta accadendo.

E mi fermo qui, perché credo che un romanzo di questo genere debba conservare almeno il piacere della scoperta.

Tra Rebecca e Rosemary's Baby

Durante la lettura mi sono tornati alla mente due titoli che ho apprezzato molto: Rebecca, la prima moglie di Daphne du Maurier e Rosemary's Baby.

Naturalmente non parlo di somiglianze precise nelle trame, ma di alcune suggestioni: la sensazione che dietro le apparenze si nasconda qualcosa di minaccioso, il progressivo insinuarsi di una presenza estranea nella vita della protagonista, il dubbio su quanto ci si possa fidare delle persone che ci circondano.

Sono elementi che, se sviluppati con attenzione, possono dare vita a un horror psicologico particolarmente efficace.

E in effetti, nelle prime pagine, Rekulak sembra imboccare proprio questa strada.

La festa alla quale Penny viene accompagnata, l'ambiente elegante e un po' enigmatico, il primo incontro con il gatto: sono momenti in cui ho avvertito una certa tensione. C'era qualcosa di indefinito e minaccioso, quella sensazione che spesso rende l'horror più interessante di qualsiasi manifestazione esplicita del soprannaturale.

Purtroppo, per me, questa atmosfera non è durata a lungo.

Un horror dalla difficile collocazione

La principale difficoltà che ho incontrato nella lettura riguarda il modo in cui viene costruita e raccontata la vicenda.

A tratti mi è sembrato di leggere un romanzo rivolto a un pubblico piuttosto giovane, quasi uno young adult. Non soltanto per lo stile narrativo, ma anche per la caratterizzazione dei personaggi secondari e per gli espedienti utilizzati per far progredire la storia.

L'amica di Penny, la nonna dell'amica e altri personaggi che le ruotano attorno mi hanno restituito spesso questa impressione: figure tratteggiate con una semplicità che ho trovato poco convincente rispetto alla natura della vicenda.

E qui nasce il mio dubbio.

Perché, se da una parte il romanzo sembra talvolta rivolgersi a lettori giovani, dall'altra affronta situazioni decisamente adulte, con implicazioni anche profondamente disturbanti.

Non penso affatto che la narrativa per ragazzi debba evitare argomenti oscuri o inquietanti. Il punto è un altro: ho trovato una certa sproporzione tra la complessità di ciò che viene raccontato e la semplicità degli strumenti narrativi utilizzati per raccontarlo.

È come se la storia avesse bisogno di una maggiore profondità psicologica, di sfumature che invece, a mio avviso, vengono spesso sacrificate.

Quando la tensione lascia spazio alla prevedibilità

Un altro elemento che non mi ha convinta è stata la gestione della suspense.

Dopo un inizio promettente, ho avuto la sensazione che gli indizi diventassero fin troppo evidenti. Ciò che sta accadendo appare abbastanza chiaro al lettore e, di conseguenza, quella sottile inquietudine iniziale lascia progressivamente spazio alla prevedibilità.

Personalmente, in un horror psicologico amo soprattutto il dubbio. Mi piace non sapere esattamente che cosa sia reale, quali personaggi siano affidabili e quale minaccia si nasconda dietro avvenimenti apparentemente inspiegabili.

Qui, invece, ho avuto raramente questa sensazione.

Anche Penny, come protagonista, non mi ha convinta del tutto. Comprendo che, di fronte a eventi assurdi, una persona possa cercare spiegazioni razionali e persino negare l'evidenza. Ma nel suo caso i segnali di pericolo mi sono sembrati talmente numerosi ed espliciti da rendere poco credibili alcune sue reazioni.

Penny continua spesso a minimizzare ciò che accade, oppure finisce per credere alle rassicurazioni di chi le sta intorno, anche quando avrebbe ottime ragioni per dubitarne.

Più di una volta mi sono ritrovata a pensare che qualsiasi persona, al suo posto, avrebbe cercato di allontanarsi il prima possibile.

E quando un personaggio comincia a comportarsi in modo poco convincente, almeno per me, diventa difficile continuare a condividere le sue paure.

Le idee interessanti non mancano

Non vorrei, però, che da queste osservazioni emergesse l'impressione di un romanzo completamente privo di spunti interessanti.

L'idea di introdurre il soprannaturale attraverso la figura di un gatto, animale al quale da sempre si attribuiscono mistero e ambiguità, ha indubbiamente un suo fascino.

Anche la presenza dei fumetti e il rapporto tra disegno, creatività e inquietudine contribuiscono a dare alla storia una propria identità.

E soprattutto, dietro alcuni avvenimenti, si nasconde un'idea di invasione e sopraffazione della persona che ho trovato realmente disturbante.

È proprio questo, forse, che mi ha lasciata maggiormente perplessa: il romanzo contiene elementi che avrebbero potuto alimentare una tensione psicologica molto più intensa, ma sceglie spesso soluzioni narrative che ho trovato troppo semplici.

Neppure la conclusione è riuscita a modificare sostanzialmente la mia impressione. Senza anticipare nulla, l'ho trovata fin troppo rassicurante rispetto all'oscurità di alcuni temi affrontati.

Le mie conclusioni

L'intruso è un romanzo che si legge con facilità e che parte da una premessa sicuramente intrigante, ma che personalmente non è riuscito a coinvolgermi quanto speravo.

Forse il confronto con Teddy, che avevo apprezzato decisamente di più, ha contribuito ad alzare le mie aspettative. Ma non credo che sia soltanto questo il problema.

Mi è mancata soprattutto una costruzione più sottile della tensione, una maggiore credibilità psicologica dei personaggi e quella capacità di insinuare il dubbio che considero uno degli ingredienti più affascinanti dell'horror.

Resta una storia con alcuni spunti originali e momenti disturbanti, ma che, nel complesso, mi ha lasciata piuttosto distante.

Naturalmente è una valutazione personale: altri lettori potrebbero apprezzarne proprio l'immediatezza narrativa e il ritmo accessibile.

Per quanto mi riguarda, però, Teddy rimane di gran lunga il mio preferito tra i due romanzi di Rekulak.

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E voi avete letto L'intruso? Vi ha convinto oppure, come me, avete trovato qualche difficoltà a entrare davvero nell'atmosfera della storia?


venerdì 23 ottobre 2026

La palude delle streghe: i roghi si sono spenti, i pregiudizi no (Tutt'orecchi #1)


Benvenuti amici, ci ritroviamo oggi col primo numero di questa nuova rubrica che ho voluto chiamare "Tutt' orecchi!". Rubrica nella quale commenterò gli audiolibri ascoltati di settimana in settimana. L'elemento in più sarà il parere sulla voce narrante,  fondamentale in un audiolibro.
Siamo qui a parlare di un romanzo che ho ascoltato su Storytel, ma, naturalmente, esiste anche il cartaceo edito da Neri Pozza.

Ci sono libri che lasciano un segno. La palude delle streghe, di Jarka Kubsova, per me appartiene decisamente a questa categoria.

Ho terminato l'ascolto di questo romanzo con una sensazione difficile da descrivere. Ho provato rabbia, tanta rabbia. E, soprattutto, la consapevolezza di aver incontrato una storia che difficilmente dimenticherò.

Jarka Kubsova intreccia due epoche e due destini femminili.

Nel Cinquecento incontriamo Abelke Bleken, una donna indipendente, determinata, capace di amministrare la propria terra in un mondo che guarda con sospetto chi non si conforma alle aspettative della società.

Nel presente conosciamo Britta, una donna che ha progressivamente messo da parte le proprie aspirazioni per dedicarsi alla famiglia e che, nonostante una vita apparentemente privilegiata, avverte il peso delle rinunce e il bisogno di ritrovare se stessa.

Due donne lontanissime nel tempo, eppure molto più vicine di quanto si possa immaginare.

È proprio questo parallelismo ad avermi conquistata e sconvolta.

Perché mentre ascoltavo la storia di Abelke, perseguitata in un'epoca in cui un'accusa di stregoneria poteva distruggere una vita, non riuscivo a smettere di pensare a ciò che accade ancora oggi.

Basta una fotografia pubblicata sui social, una scelta personale, un comportamento giudicato sconveniente, perché una donna diventi bersaglio di insulti, calunnie e condanne collettive. E troppo spesso a partecipare a questo accanimento sono anche altre donne.

Naturalmente non possiamo equiparare la violenza della caccia alle streghe alle aggressioni verbali contemporanee. Ma possiamo riconoscere, dietro fenomeni tanto diversi, alcuni degli stessi meccanismi: il pregiudizio, la volontà di controllare, il bisogno di trovare qualcuno da colpevolizzare.

I roghi si sono spenti, ma la caccia alle streghe non si è conclusa.

E poi c'è Britta. Una donna nella quale mi sono riconosciuta molto più di quanto mi aspettassi. Perché a volte le rinunce non fanno rumore. Si accumulano negli anni, diventano abitudini, fino al momento in cui ci si domanda quanto della propria vita sia stato davvero scelto.

Ho apprezzato moltissimo il modo in cui l'autrice costruisce questo dialogo tra passato e presente, senza limitarsi a raccontare un'ingiustizia storica, ma invitandoci a interrogarci sulle nostre contraddizioni.

La palude delle streghe non è stata per me una semplice lettura coinvolgente. È stata una lettura dolorosa, necessaria, capace di provocare emozioni fortissime.

Non so se cambierà davvero il mio modo di guardare il mondo. So però che, dopo averlo ascoltato, alcune cose mi sembrano diverse.

E credo che sia uno dei doni più grandi che un romanzo possa fare.

Per quanto riguarda la voce narrante dell'audiolibro, appartiene a Sonia Barbadoro e devo dire che la sua interpretazione mi è piaciuta molto.

Ne consiglio vivamente la lettura davvero a tutti. Vi arrabbierete molto, rifletterete, forse piangerete. Una cosa è certa, la storia di Abelke non vi abbandonerà.

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venerdì 16 ottobre 2026

BOOKBACK! #02 – La vita segreta delle api: torniamo nella casa rosa

 



Libri letti anni fa. È tempo di riparlarne.

Bentornati nel nostro piccolo angolo dedicato ai libri!

Eccoci al secondo appuntamento con BOOKBACK! – Tiriamolo giù dallo scaffale, la rubrica in cui torniamo a cercare tra i libri letti tanti anni fa, quelli che magari non nominiamo più da tempo, ma che continuano a occupare un posto nelle nostre librerie.

La volta scorsa abbiamo recuperato L'abbazia di Northanger di Jane Austen. Oggi cambiamo completamente atmosfera: lasciamo l'Inghilterra ottocentesca e ci spostiamo nella Carolina del Sud degli anni Sessanta.

Il libro che ho scelto è La vita segreta delle api di Sue Monk Kidd.

E questa volta il nostro viaggio indietro nel tempo ha qualcosa di particolare: sono andata a recuperare la recensione che avevo scritto sul mio vecchio blog il 12 giugno 2011.

Quindici anni fa!

Rileggere quelle righe è stato un po' come ritrovare una vecchia fotografia: non necessariamente ricordiamo ogni particolare, ma possiamo riconoscere ciò che aveva attirato la nostra attenzione.

Una ragazzina, tre sorelle e una casa rosa

La protagonista è Lily Owens, una quattordicenne che vive con un padre autoritario e violento, portandosi dietro il peso di un ricordo terribile: la morte accidentale della madre, avvenuta quando era ancora molto piccola.

Siamo nel 1964, in un'America attraversata da profonde tensioni razziali.

Quando Lily decide di fuggire insieme a Rosaleen, la donna afroamericana che si occupa di lei, il suo viaggio la conduce in una casa rosa abitata da tre sorelle: August, May e June Boatwright.

È qui che Lily comincerà a conoscere un mondo diverso da quello in cui è cresciuta.

August è un'apicoltrice e, attraverso il lavoro con le api, le insegnerà molto più di quanto la ragazza possa immaginare.

Ma soprattutto Lily scoprirà che una famiglia non è necessariamente quella in cui siamo nati e che l'affetto, qualche volta, può arrivare dalle persone più inattese.

Avevo definito il romanzo «tenero, leggero e profondo».

Tre aggettivi che, riletti oggi, mi sembrano raccontare bene il tipo di esperienza che cercavo di descrivere.

Mi aveva colpito Lily, una ragazzina che consideravo complessa: impaurita e vulnerabile, ma anche concreta, forte e capace di autoironia.

Avevo apprezzato particolarmente la storia della Madonna nera custodita nella casa delle sorelle Boatwright, le vicende di May e i racconti sulle abitudini delle api.

E sapete quale dettaglio avevo voluto ricordare persino alla fine della recensione?

La lavatrice rosa Lady Kenmore!

Mi fa sorridere ritrovarla citata dopo tutti questi anni. In fondo, anche questi particolari raccontano il nostro modo di leggere: accanto ai grandi temi, sono spesso le piccole cose a rendere riconoscibile un romanzo.

Una storia dolce, ma non innocua.

La vita segreta delle api è un romanzo che parla di amore, maternità e ricerca di sé, ma sarebbe riduttivo fermarsi qui.

La storia si svolge in un periodo in cui la segregazione razziale e i pregiudizi condizionavano profondamente la vita quotidiana delle persone.

Lily cresce in quel contesto, assorbendone inevitabilmente alcune convinzioni, e l'incontro con le sorelle Boatwright la mette davanti a una realtà diversa.

È anche questo uno degli aspetti più interessanti del libro: la crescita personale della protagonista si intreccia con una realtà sociale complessa e dolorosa.

E poi ci sono le donne.

Donne diversissime tra loro, ciascuna con le proprie ferite, le proprie fragilità e il proprio modo di affrontare la vita.

La casa rosa diventa così qualcosa di più di un semplice rifugio: è un luogo in cui si costruiscono legami, si condividono sofferenze e si impara a prendersi cura degli altri.

Perché tirarlo giù dallo scaffale?

Perché non tutti i libri hanno bisogno di essere appena usciti per avere qualcosa da raccontare.

Non voglio fingere di averlo appena riletto, né attribuire alla lettrice che sono oggi le stesse impressioni di quella del 2011.

Preferisco lasciare che sia la mia vecchia recensione a testimoniare ciò che avevo trovato in questo romanzo.

Ed è proprio questo lo spirito di BOOKBACK!: recuperare storie che abbiamo già incontrato e dare loro una nuova occasione di essere scoperte da qualcun altro.

Magari da chi nel 2011 non aveva ancora cominciato a leggere, o semplicemente non aveva mai incrociato questo titolo.

E voi? Avete letto La vita segreta delle api? Vi è piaciuto? 

Raccontatemelo nei commenti: mi piacerebbe che BOOKBACK! diventasse anche un'occasione per confrontare i nostri ricordi di lettura.

Ci ritroviamo presto davanti allo scaffale per il prossimo BOOKBACK!

venerdì 9 ottobre 2026

L'eremo dei folli di Agnese Messina: una buona storia

 

Eccoci di nuovo qui, nel nostro piccolo angolo dedicato ai libri!

Se è la prima volta che passate da queste parti, benvenuti. Qui si parla di letture senza troppi formalismi: di libri che ci conquistano, di quelli che ci lasciano perplessi e anche di quelli che, per qualche ragione, non riescono a convincerci.

Oggi sul tavolino c'è L'eremo dei folli di Agnese Messina. Una lettura sulla quale ho diverse cose da raccontarti.

Accomodatevi, cominciamo!

Ci sono libri che, una volta terminati, cambiano completamente il giudizio che ci eravamo costruiti durante la lettura. E poi ce ne sono altri che lo spostano appena, confermando più o meno le sensazioni iniziali.

Per me L’eremo dei folli appartiene alla seconda categoria.

Infatti, arrivata all’ultima pagina, molte delle perplessità che avevo all’inizio sono rimaste.

Parto da quello che funziona. Il romanzo è scritto bene, la storia è ben costruita e soprattutto nella seconda parte riesce a diventare più interessante. È una di quelle vicende che, durante la lettura, riuscivo facilmente a immaginare trasformata in un film o in una fiction televisiva.

Il mio problema principale è stato riuscire a entrare davvero in sintonia con June.

E non perché una protagonista debba necessariamente essere simpatica o compiere scelte che condividiamo. Anzi, spesso sono proprio le contraddizioni e le zone d’ombra a rendere interessante un personaggio. Nel caso di June, però, mi è mancato quello scavo che mi avrebbe permesso di comprenderla anche quando non la approvavo.

Alcune delle sue scelte mi hanno lasciata perplessa e ho trovato un po’ insistente il suo sentirsi spesso vittima di ciò che le accade intorno.

A questo si aggiungono alcune dinamiche, comportamenti e atteggiamenti che ho trovato poco rispettosi nei confronti di un altro personaggio femminile. E soprattutto non ho apprezzato il modo in cui June sembra talvolta assecondarli, se non addirittura compiacersene. Cosa che mi ha fatto provare ancora meno empatia nei suoi confronti e che ha inevitabilmente influenzato il mio giudizio su June.

Sul piano della storia, invece, il romanzo parte piuttosto lentamente. Nella prima parte succede relativamente poco e ho avuto la sensazione che tardasse a mostrare dove volesse realmente portarmi. Successivamente il ritmo aumenta, la vicenda acquista maggiore consistenza e la lettura diventa più coinvolgente.

Anche il finale funziona, pur senza sorprendermi particolarmente. Avevo intuito la direzione verso la quale ci stavamo muovendo e la soluzione non è arrivata per me come un vero colpo di scena.

E poi c’è Catania.

L’eremo dei folli viene presentato come un romanzo fortemente legato alla Sicilia e ambientato a Catania, e forse proprio per questo mi aspettavo che la città avesse un peso molto maggiore.

Invece Catania, per me, rimane quasi sempre sullo sfondo.

Ci sono i nomi dei luoghi, qualche espressione dialettale e alcuni elementi che ci ricordano dove siamo. Ma mi è mancata la sensazione di trovarmi davvero lì. La città non diventa mai un personaggio della storia, non ne determina l’atmosfera, non entra davvero dentro il romanzo. Con pochi cambiamenti, ho avuto la sensazione che gran parte della vicenda avrebbe potuto svolgersi in molte altre città, persino in America.

Ed è forse questa una delle occasioni che considero maggiormente sprecate, perché un’ambientazione come quella siciliana avrebbe potuto regalare alla storia un’identità molto più forte.

Alla fine, quindi, L’eremo dei folli rimane per me un romanzo scritto bene, con una storia piacevole e una seconda parte decisamente più riuscita della prima.

La sensazione che mi è rimasta è quella di una buona storia che avrebbe potuto avere molta più personalità.

Ma questa, naturalmente, è la mia lettura.

Io intanto ripongo in libreria L’eremo dei folli e inizio il prossimo libro.

Se la mia recensione ti ha incuriosito e vuoi farti un'opinione personale, puoi trovare L'eremo dei folli di Agnese Messina su Feltrinelli 📚 Acquista il libro su Feltrinelli

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Qui non ci sono soltanto recensioni: ci sono libri da riscoprire, nuove letture e, soprattutto, uno spazio in cui confrontarci liberamente sulle storie che leggiamo.

Intanto, se hai ancora qualche minuto, resta a curiosare fra gli scaffali di tutteleletture. Magari trovi proprio il tuo prossimo libro!

Scopri Bookback! Libri letti in passato che tiriamo giù dallo scaffale. Andiamo insieme!

martedì 6 ottobre 2026

BOOKBACK! #1 – L'Abbazia di Northanger Tiriamolo giù dallo scaffale

 


Bentornati.

Oggi non ho portato una nuova lettura. Anzi, ho fatto esattamente il contrario: sono andata a rovistare nel passato.

Se fossimo davvero tutti seduti intorno a un tavolo, questo sarebbe il momento in cui mi alzerei, andrei verso la libreria e vi direi: «Aspettate, questo devo proprio farvelo vedere».

Ed è esattamente quello che ho fatto.

Ho tirato giù dallo scaffale L'Abbazia di Northanger.

E con lei inauguriamo una cosa nuova da queste parti: BOOKBACK! – Tiriamolo giù dallo scaffale.

Ci sono libri che abbiamo letto il mese scorso e di cui ricordiamo a malapena la trama. E poi ce ne sono altri letti quindici, vent'anni fa che, per qualche strano motivo, sono ancora lì.

Magari non ricordiamo più tutto. Qualche personaggio è scomparso, alcuni dettagli si sono confusi e probabilmente, se li rileggessimo oggi, avremmo anche qualcosa da ridire sui lettori che eravamo allora.

Ma hanno fatto parte della nostra storia.

È da questa idea che nasce BOOKBACK!

Non rileggerò necessariamente questi libri. Non vi dirò che oggi ne penso esattamente quello che ne pensavo allora, perché sarebbe poco sincero.

Farò una cosa diversa: tornerò indietro nel mio passato di lettrice e recupererò libri di cui ho scritto anni fa, quando li avevo appena chiusi e le impressioni erano ancora fresche.

E per il primo BOOKBACK! sono tornata a L'Abbazia di Northanger di Jane Austen.

All'epoca avevo già letto quasi tutti i romanzi di Jane Austen e questo mi aveva colpita soprattutto per un aspetto: l'ironia.

Catherine Morland è una ragazza ingenua, appassionatissima di romanzi gotici e dotata di una fantasia che tende decisamente a prendere il sopravvento sulla realtà.

Quando arriva a Bath e successivamente a Northanger Abbey, Catherine fa quello che probabilmente farebbe qualunque lettrice cresciuta a pane, castelli inquietanti e misteri: comincia a guardarsi intorno aspettandosi che succeda qualcosa.

Possibilmente qualcosa di terribile.

E Jane Austen si diverte moltissimo alle sue spalle.

Cosa ne pensavo allora?

Rileggendo oggi la mia vecchia recensione del 2010, una cosa è chiarissima: mi ero divertita.

Definivo questa Austen particolarmente «frizzante e molto molto ironica» e mi piaceva soprattutto il modo in cui prendeva in giro i romanzi sentimentali e gotici dell'epoca attraverso la fantasia sfrenata di Catherine.

Ricordavo con piacere anche i personaggi secondari. O meglio, alcuni li ricordavo con piacere e altri li trovavo decisamente insopportabili.

Isabella e John Thorpe appartenevano alla seconda categoria.

Evidentemente certe antipatie letterarie resistono bene al tempo.

Ma ciò che mi aveva colpita più di tutto era proprio il gioco di Austen con i libri e con noi lettori: Catherine legge talmente tanto da aspettarsi che la vita si comporti come un romanzo.

E naturalmente la vita non collabora.

Alla fine della recensione scrivevo che L'Abbazia di Northanger mostrava tutta l'ironia e la brillante intelligenza di Jane Austen e concludevo dicendo di averlo gradito molto.

E oggi?

Qui arriva la parte importante.

Non ho riletto L'Abbazia di Northanger.

E non ho intenzione di fingere di ricordarne ogni dettaglio o di dirvi che, sedici anni dopo, gli darei esattamente lo stesso giudizio.

Magari sì. Magari no.

Ed è proprio questo il senso di BOOKBACK!.

Non tornare necessariamente a leggere. Tornare a ricordare.

Ogni tanto, sommersi dalle nuove uscite, dai libri del momento, dai titoli che diventano virali e da pile di letture che sembrano non finire mai, possiamo anche voltarci indietro. Perché prima dei libri che stiamo leggendo oggi ce ne sono stati centinaia di altri.

Alcuni li abbiamo dimenticati. Altri ci hanno accompagnato per un pezzo. E qualcuno merita semplicemente di essere tirato nuovamente giù dallo scaffale. Non per dirvi «dovete leggerlo», ma per ricordarvi che questo libro esiste e raccontarvi cosa ne pensava una lettrice nel 2010 che, senza saperlo, avrebbe continuato a parlare di libri anche sedici anni dopo.

E adesso tocca a voi.

Avete letto L'Abbazia di Northanger?

E soprattutto: qual è un libro letto tantissimi anni fa che ricordate ancora con affetto?

Raccontatemi nei commenti.

La prossima volta che ci ritroveremo qui potremmo partire proprio da uno dei vostri suggerimenti.

E chissà: potrebbe essere il prossimo libro che tireremo giù dallo scaffale.